5 cose da sapere sul Disordine Patologico

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Oggi parliamo di quando il disordine diventa manifestazione e sintomo di un disturbo, diventa cioè non più espressione di una caratteristica di personalità ma di una patologia. Il Dr. Alessandro Marcengo è psicoterapeuta, specialista in psicoterapia cognitiva, membro della Società italiana di Terapia Cognitivo Comportamentale (SITCC) e della International OCD Foundation (IOCDF). Svolge attività clinica presso il Centro Clinico Crocetta all’interno del quale coordina un servizio sul Disturbo da Accumulo ed il suo trattamento.

Quando si parla di Accumulo compulsivo o disposofobia?

Nei media c’è molta confusione sui termini usati per descrivere il disordine “patologico”: oltre a quelli da voi citati è frequente trovare Sillogomania, Accaparramento Compulsivo, Accumulo Patologico, Mentalità Messie, Sindrome di Collyer dovuto anche al fatto che differenti possono essere la cause patogenetiche che hanno determinato il sintomo. Per limitarci alla domanda, va detto che con “Disposofobia” o “Disturbo da Accumulo” si indica una specifico disturbo inserito nel DSM-V a partire dal 2013, che attribuisce al comportamento di accumulo il ruolo di suo principale indicatore, unitamente agli effetti che tale accumulo produce: l’estremo disordine. Quando invece si parla di “Accumulo Compulsivo” sarebbe corretto riferirsi esclusivamente alla manifestazione sintomatologica di un disturbo ossessivo-compulsivo (una delle possibili cause di disordine “patologico”, seppur non la più frequente).

Chi si rivolge a lei? Quanto sono frequenti questi casi?

La maggior parte dei mie pazienti viene inviata da parte di altri professionisti su casi già diagnosticati e pronti per intraprendere un percorso di trattamento specifico. Vi è poi una grossa richiesta di consulenze da parte di familiari di persone che manifestano un comportamento di accumulo. La richiesta è in genere orientata a capire di cosa si tratta, perché chi accumula sembra essere resistente a qualsiasi offerta di aiuto, e quali sono le prospettive terapeutiche. Questo tipo di richieste è molto frequente, teniamo conto che solo per quanto riguarda la disposofobia la prevalenza è circa del 5% sulla popolazione generale, senza contare le altre matrici che arrivano in sede di consulto (disturbi ossessivo compulsivi, sindromi neurodegenerative, traumi, etc.). L’avvicinamento alla terapia per via diretta da parte del paziente che accumula è più rara, la persona deve avere già sviluppato una buona consapevolezza sulla discrepanza tra i suoi obiettivi esistenziali e la direzione spesso opposta verso la quale l’accumulo la sta portando.

Cosa pensa dei programmi televisivi tipo: Accumulatori seriali?

Da un certo punto di vista non condivido la spettacolarizzazione del disagio per fini commerciali, dall’altro non posso negare che abbiano alzato il livello di consapevolezza generale sul tema. Molti miei pazienti hanno trovato in questi programmi il nome del proprio disturbo, la consapevolezza sulla diffusione di questi casi e l’idea di poter fare qualcosa, abilitando di fatto la loro richiesta di aiuto.

Come possono lavorare insieme psicoterapeuta, paziente e professional organizer?

Il modello di trattamento del disturbo di accumulo è molto complesso soprattutto perché prevede un grossa parte di lavoro presso il domicilio del paziente, dove il disturbo si manifesta ed in alcune fasi prevede una frequenza intensiva. Tuttavia non tutte le attività intraprese nel percorso vanno intese in senso strettamente clinico, molte hanno carattere di skill training e come tale di ripetitività legata all’acquisizione di abilità deficitarie in ambito organizzativo. Il percorso terapeutico può quindi – in fasi mature del trattamento – includere al suo interno l’intervento di un Professional Organizer opportunamente formato nel momento in cui il terapeuta ritenga pronto il paziente. In questo caso il Professional Organizer entra a far parte dell’equipe che prende in carico il paziente ed agisce in modo distinto, complementare e sinergico agli interventi clinici propri delle figure di matrice sanitaria assistendo ad esempio il paziente con continuità e frequenza presso il proprio domicilio nel lavoro di organizzazione dei propri beni.

Cinque cose da sapere assolutamente sul “Disordine Patologico”

1) a volte il disordine non è un aspetto caratteriale ma il sintomo di un disturbo specifico;

2) sono molti i disturbi che possono produrre difficoltà nell’organizzare le proprie cose (sia di tipo psichiatrico che neurodegenerativo) tuttavia nella maggioranza dei casi si tratta di un disturbo chiamato “Disturbo da accumulo” o “Disposofobia”;

3) la disposofobia non è un disturbo raro, tutti gli studi epidemiologici fatti negli ultimi anni collocano la sua prevalenza tra il 2 e il 5% della popolazione generale, anche se per motivi culturali e per la vergogna che ne deriva viene spesso nascosto all’interno della cerchia familiare;

4) si tratta di un disturbo complesso ma si può trattare: il trattamento di elezione è la terapia cognitivo comportamentale specifica per la disposofobia;

5) quando si sospetti in un familiare o in sé stessi che il disordine sia “patologico” è sempre bene rivolgersi ad uno specialista con una specifica competenza sul disturbo per una corretta diagnosi.

3 commenti
  1. Vorrei avere un contatto … purtroppo ho una figlia con lo stesso problema e sono molto preoccupata !!!

  2. Mia sorella è andata peggiorando dall età adolescenziale fino ad oggi che ha quasi 60 anni. Io ne ho quasi 50. Ha praticamente condizionato tutta la nostra vita mia di mia madre morta nella 82 re di mio padre. Nn c’è cura!!!! È una maledizione e a chi nn capita un famigliare così è veramente fortunato s mio avviso. Mi sono dovuta sposare in gran fretta per fuggire da casa con le conseguenze di un divorzio e un problema di inserimento nel lavoro perché ancora oggi ne paghiamo le conseguenze. Mio padre disabile è sotto la sua giurisdizione e io devo vigilare su lui e lei. Un vero casino e una vita buttata al secchio. È piena di manie!!!!!! Meglio essere figli unici.

    • Cara Roberta,
      mi dispiace molto per la sua situazione. Mi piacerebbe capire se il disturbo è stato diagnosticato e se i suoi familiari sono seguiti da qualcuno. Se avrà voglia di rispondermi, mi può scrivere a irene@apoi.it.
      La ringrazio.
      Irene Novello

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