Quando nel gruppo di lavoro ci siamo divise gli articoli della Settimana dell’organizzazione (sì, dietro al blog di APOI ci sono tante api operose che dedicano tempo ed energia a questo progetto) non pensavo quest’articolo sarebbe stato una vera sfida.
Sfida in senso positivo, perché da un semplice articolo corale si è sviluppato un intreccio di connessioni e di idee per nuovi progetti. Questo credo sia il vero valore di essere un’associazione professionale e questo è un caso concreto che ci fa capire come questi confronti siano un guadagno per la Professione e, non meno importanti, i nostri clienti.
Apprendimento nell’era del digitale: difficoltà e punti di forza
Torniamo all’articolo: il tema è l’apprendimento nell’era dell’intelligenza artificiale. Per fare delle riflessioni che potessero essere di stimolo anche a chi non è parte di APOI o non è ancora un Professional Organizer ho chiesto aiuto a chi lavora in quest’ambito.
Oltre alla mia voce narrante leggerete le parole di Elena Gremese, Francesca Procopio, Lara Coffari e Rachele Ropelato (link alle pagine in APOI) (in rigoroso ordine alfabetico). Ho invitato le mie colleghe in un’intervista a più voci e, come previsto, il problema è stato interrompere il fiume della condivisione e della riflessione.
È indubbio che l’intelligenza artificiale stia mettendo alla prova studenti, docenti ed educatori. Il cambio è stato, e continua a essere, repentino e nessuna di queste figure è formata o ha il tempo di prepararsi adeguatamente, perché la velocità di cambiamento è spesso maggiore della nostra capacità di adattamento.
Elena, sempre molto pratica e puntuale, sentendo parlare di contenuti pone da subito l’accento sulla proprietà intellettuale degli stessi. Se un tempo ci si preoccupava di fotocopiare un libro di testo, ora bisogna riflettere su ciò che l’IA produce. Di chi è la proprietà? Come va trattato questo materiale? Il tema non è semplice e soprattutto va ricordato come il materiale generato dipenda comunque dal materiale inizialmente fornito.
“Sul tema dei diritti d’autore, il prof. Floridi introduce il concetto di “distant writing”: una pratica di scrittura in cui l’umano non redige più il testo parola per parola, ma progetta e guida, come designer narrativo, i contenuti generati dall’AI, restando responsabile del risultato finale.” Elena Gremese
Su questa stessa riflessione Francesca sposta l’accento sul fatto che la competenza non è più la conoscenza in sé o l’abilità di sintetizzare o rielaborare la mole di contenuto, quanto la valutazione del materiale elaborato.
Se quindi l’avvento dell’IA ha di fatto spostato il focus delle abilità personali Rachele e Lara sottolineano come l’uso ponderato possa aumentare positivamente la trasmissione del contenuto attraverso:
- la personalizzazione dei contenuti rispetto alle esigenze educative;
- la spiegazione di concetti complessi;
- il supporto differente come la creazione di mappe, schemi ed esempi visuali;
- la sintesi;
- e l’organizzazione del contenuto.
In questo la nostra figura professionale assume un ruolo chiave su tutte le tematiche legata a:
- organizzazione e pianificazione dello studio;
- sviluppo del metodo di studio;
- costruzione di routine di apprendimento;
- decluttering mentale e riduzione del sovraccarico cognitivo;
- consapevolezza e senso critico;
- capacità di concentrazione e focus;
distinguendo tra quello che è l’uso proficuo dello strumento digitale e dipendenza dallo stesso.
Ma tornando alla questione a monte, e cioè al legame tra contenuto e trasmissione dello stesso, le mie colleghe sottolineano due importanti aspetti.
IA e abilità personale, come stanno cambiando
Elena, sensibile alle neurodiversità, sottolinea come la personalizzazione sia uno strumento fondamentale nell’aiuto all’affermazione delle proprie abilità. Avere la possibilità di non dover sentire il peso di una correzione ortografica o di una revisione (una di quelle utili a eliminare quelli che il più delle persone considerano errori, ma che in verità sono semplici evidenze di un funzionamento differente dei processi cognitivi) fa sì che la persona, studente o adulto che sia, possa esprimere diversamente il proprio talento, non più per difetto, ma al contrario dando il corretto valore alle proprie capacità.
Allo stesso modo Rachele pone l’accento sul fatto che si debba trasmettere il concetto di significato. Far capire allo studente che si studia per apprendere e non per superare un esame. La bontà della valutazione non è il voto, ma l’abilità fatta propria. Usare in maniera passiva l’IA genera un vero e proprio “debito cognitivo” nel senso di non andare a sviluppare quelle competenze che una volta erano date dall’abilità di sintesi, di fare collegamenti e di memorizzazione. Concorda Lara che sottolinea come l’IA, se mal utilizzata, crea dipendenza da risposte rapide e facili e diventa, quindi, un generatore di disorganizzazione.
Capacità di analizzare, progettare e pianificare, ecco le nuove abilità. Francesca aggiunge che il punto cruciale non sarà il fatto di usare l’IA per ricavare tempo, di fatto non ci sarà un reale ricavo di tempo, ma sarà un cambio di competenze: sarà vincente chi riuscirà a fare le domande giuste. Il vero lavoro sarà quindi quello di saper lavorare sulle priorità delle informazioni, in un momento sociale di vera e propria infobulimia.
Di fatto ci sarà uno spostamento del sovraccarico informativo dal prima al dopo, suggerisce Elena. Su questo aspetto non avevo mai riflettuto: se all’epoca del mio percorso scolastico per fare una ricerca a scuola si analizzavano molti testi, ora si può chiedere alle diverse intelligenze artificiali di fare lo stesso e poi accollarsi la scelta nel vagliare la bontà del lavoro e di un eventuale sintesi finale. Questo può essere un vantaggio, o, se mal organizzato, diventare una nuova fonte di stress, soprattutto con un compagno di studi che è programmato per rispondere sempre e tendenzialmente in modo assertivo.
L’IA sta cambiando il metodo d’insegnamento
Elena rincalza dicendo che questa è una vera sfida per insegnanti e professori che devono trovare il modo di essere realmente educatori. Anche Rachele è molto sensibile a quest’aspetto. Dibattono a lungo e quello che emerge in modo preponderante è che solo chi capirà che non ci si può mettere in competizione con l’IA, quanto sfruttarne i meccanismi per poi insegnare allo studente altri aspetti cognitivi come l’analisi, la pianificazione e l’elaborazione di nuovi scenari, ecco l’educatore che saprà fare breccia nell’apprendimento delle nuove generazioni. Lara conferma come gli educatori potranno essere la chiave di insegnamento di questo cambiamento.
Professional Organizer: un ponte cognitivo
Come si vede le questioni che l’IA fa nascere pensando al mondo della scuola è davvero notevole. Ma se da un lato può fare paura perché è nuovo, veloce, inaspettato, dall’altro è anche giusto immergersi in questo cambiamento e prendere ciò che può essere davvero positivo.
Da Professional Organizer siamo dei facilitatori del cambiamento e, in ambito scolastico, dell’apprendimento. Non possiamo quindi che concludere che il nostro ruolo deve diventare quel ponte cognitivo, così l’ha chiamato Lara, che agevola l’assimilazione o che, come ci ricorda Elena, rende forte l’autonomia personale.
Sono molto grata alle mie colleghe per questa condivisione e quest’insieme di riflessioni, che non posso che esternare a tutti coloro che si occupano di educazione e di apprendimento, ritenendo che siano di certo stimolo per far crescere la nostra figura professionale, ma anche per chi ci osserva da fuori e vede nei Professional Organizer degli alleati e dei collaboratori.
Il mio articolo finisce qui, ma so che questo non può che essere un seme che APOI raccoglierà nel suo aggiornamento professionale e nei progetti… e forse un po’ l’ha già fatto, ecco un link che racconta i nostri primi passi nel mondo delle scuole in veste istituzionale.
Continua a seguirci per scoprire quali domande, spero giuste, sapremo farci.


