Se pensiamo alla ricerca spesso e volentieri immaginiamo persone intente nel loro lavoro che in modo preciso e puntale organizzano severamente il proprio lavoro. Senza ombra di dubbio si tratta di persone appassionate e dedite al proprio lavoro, ma è altrettanto vero che nella ricerca l’organizzazione personale è demandata a modelli prestabiliti, spesso poco flessibili e poco economici in termini di gestione del tempo.
Per affrontare questo interessante tema abbiamo chiesto a Chiara Battaglioni, socia Senior Qualificata n.29, membro attuale del Comitato tecnico scientifico e passato del Consiglio direttivo di APOI, come chi si occupa di ricerca tratti l’organizzazione.
Organizzazione personale, uno strumento da allenare
Chiara, raccontaci la tua esperienza formativa nel mondo della ricerca. Quali sono nella tua esperienza i principali interessi dell’aula?
Il 14 aprile sono stata invitata al CNR – Consiglio Nazionale delle Ricerche, presso la sede di Pisa in occasione dell’evento, organizzato dall’Istituto di Biofisica, “Charting our vision of Biophysics: Toward preparedness for what lies ahead”.
L’occasione riuniva, presso la sede toscana, tante professionalità del mondo della ricerca: non sono ricercatori e ricercatrici, ma anche altre figure professionali e tecniche che concorrono alla pianificazione e alla realizzazione dei progetti del Centro. Un’occasione, tra l’altro, per reincontrare una cara amica di APOI, ora Responsabile della Gestione e della Compliance amministrativo-contabile presso il CNR, da cui è nata l’idea di questo invito.
Il tema sul quale abbiamo costruito la sessione è stata la gestione del tempo e la partecipazione è stata decisamente numerosa e accogliente, segnale del fatto che anche nel mondo della ricerca, la sensazione è spesso quella di un tempo insufficiente o comunque sfuggente, per portare a compimento i propri obiettivi, sia che si tratti di un lavoro di ricerca “puro” sia che si tratti di lavoro correlato, eppure fondamentale (come la gestione amministrativa di un finanziamento), per la buona riuscita del progetto.
Ancora una volta, ho avuto la conferma di quanto l’organizzazione personale nel contesto professionale sia uno strumento indispensabile da approfondire e allenare.
Nella ricerca molti sono gli aspetti organizzativi da saper gestire
Parliamo di organizzazione personale e ricerca. Come pensi questi due aspetti possano migliorarsi a vicenda?
Potremmo dare per scontato che chi fa ricerca sia automaticamente una persona super organizzata, abituata allo studio, alla concentrazione, all’analisi di dati complessi.
Sicuramente queste abilità ci sono ma nella mia esperienza ho notato che non sempre è così, anzi. C’è proprio un tema di dispersione e di mancanza di focus dato dal numero di progetti sovrapposti e da un tempo di lavoro che potremmo definire “de-strutturato”: Ci si perde facilmente perché non è chiaro su quante cose si sta lavorando e il tempo finisce per sfilacciarsi tra mille pezzi.
Il punto, nel lavoro di ricerca, spesso non è “avere poco tempo” o “avere scadenze” ma dover costruire una struttura dentro un vuoto fatto di tempi imprevedibili e molto liberi. Darsi obiettivi, scegliere priorità e decidere quando fare cosa, in autonomia, può essere più difficile che lavorare in un contesto con scadenze serrate che arrivano da fuori.
Poi c’è tutta la parte di gestione delle informazioni (aggiornamento del CV, mantenere ordinato un archivio delle pubblicazioni, dei documenti, degli appunti) che può essere considerata banale ma che rappresenta in realtà un’infrastruttura fondamentale per lavorare bene.
In mancanza di un archivio organizzato e aggiornato, c’è un rischio reale di ripetere lavoro già fatto e sprecare energia su cose che dovrebbero essere semplici. E quando entrano in gioco progetti con più interlocutori, senza una struttura iniziale (ruoli, flussi, decisioni, responsabilità) anche la comunicazione diventa più faticosa.
Quale il valore aggiunto di parlare di organizzazione anche in enti di ricerca?
La tua esperienza in aula ci racconta come in ogni realtà lavorativa si possa trovare il modo di parlare di organizzazione. Per alcuni innata, per altri un’abilità coltivata, dicci come secondo te questo tipo di formazioni possano fare la differenza.
Quando vado in aula e mi confronto con le persone che hanno scelto di dedicare alle tematiche che porto (quelle dell’organizzazione personale al lavoro e la gestione del tempo) il loro tempo e la loro attenzione dico sempre che un primo passo è già stato fatto.
Fermarsi, uscire dall’operatività lavorativa, sedersi a un tavolo, parlare con altre persone che vivono difficoltà molto simili, è quello che serve per iniziare ad accogliere l’idea che un modo di lavorare diverso è possibile. E a volte necessario.
La trasformazione non avviene di certo in qualche ora di formazione, ma quello che si attiva è un dialogo e una riflessione che può (e a mio avviso deve) essere portata avanti con regolarità, creando occasioni di incontro come questa che non siano solo un bel momento ogni tanto, ma un percorso regolare e costante di attenzione a queste tematiche.
Dopotutto, lavorare bene non può che portarci a risultati migliori, e visto che qui si parla di ricerca, credo sia interesse di tutte e tutti noi, che i risultati ci siano e che le persone che hanno scelto questo fondamentale ambito professionale possano raccogliere i frutti di una giornata lavorativa serena, produttiva e organizzata.
Grazie Chiara per aver condiviso con noi la tua esperienza. Il primo passo è certamente scendere in aula, ma siamo certi che la tua competenza e professionalità abbiano lasciato dei potenti semi che con il tempo germoglieranno: maggiore è la consapevolezza di quanto l’organizzazione personale porti benessere e serenità, tanto più il lavoro può essere sereno ed efficace.
Siamo felici che il mondo della ricerca si sia aperto alla tua formazione nell’ambito dell’organizzazione personale e che tu abbia portato anche il valore di APOI.


