Il Museo dell’innocenza di Orhan Pamuk

recensione

Da quando faccio la Professional Organizer non riesco più a leggere un libro senza soffermarmi con un “occhio clinico” su quei passaggi in cui si parla di ordine, gestione del tempo, ottimizzazione degli spazi e, insomma, tutto ciò che ha a che fare con la mia professione. Così, quando qualche tempo fa mi sono imbattuta ne Il museo dell’innocenza, del turco Orhan Pamuk ho dovuto fermarmi a riflettere con molta serietà su quanto alcuni oggetti, che a prima vista sembrano assolutamente inutili, siano invece importanti, addirittura vitali per altri. E quello che noi butteremmo nella spazzatura senza pensarci nemmeno due volte, può rappresentare per qualcun altro motivo di “felicità assoluta” e di ragione di vita. E’ il caso degli oggetti che il protagonista del libro raccoglie nel corso di dieci anni e poi allestisce in un museo, che esiste davvero, non solo nel libro: si trova ad Istanbul ed è stato inaugurato nel 2012. La storia si svolge nella capitale turca, tra la metà degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta. Kemal, è un trentenne a cui non manca nulla: è ricco, bello, colto e sta per sposarsi con una donna ricca, bella e colta. Ma, entrato in un negozio a comprare una borsa per la sua fidanzata, Kemal ha un vero e proprio colpo di fulmine per la giovane commessa, sua lontana parente. Diventano amanti. Per un po’ le sue due relazioni vanno avanti parallelamente, poi, dopo la sfarzosa festa di fidanzamento di lui, che prelude al matrimonio, la giovane amante sparisce e lui dà di matto: cade in una depressione in cui gli pare che niente più abbia senso e va alla deriva: beve, lavora male e pensa sempre a lei. La fidanzata di Kemal, ad un certo punto, stufa del suo immobilismo, lo lascia. Lui che non aveva mai smesso di cercare la sua bella, finalmente la ritrova, ma è sposata e vive in casa dei genitori con il marito. Comincia allora a frequentare la loro casa, con la scusa che vorrebbe produrre un film di cui il marito sia il regista e lei l’attrice e va a cena a casa loro tutte le sere. Per otto anni. Ma non succede niente: lui si limita a descrivere il suo stato d’animo, il più delle volte irritato e umiliato, ma anche felice se per caso lei gli ha detto una frase gentile. Si accorge, però, che «L’unica cosa che rende questo dolore sopportabile è possedere un oggetto, retaggio di quell’attimo prezioso. Gli oggetti che sopravvivono a quei momenti felici conservano i ricordi, i colori, l’odore e l’impressione di quegli attimi con maggiore fedeltà di quanto facciano le persone che ci procurarono quella felicità». E comincia a rubare e collezionare oggetti che appartengono all’amante. Oggetti apparentemente insignificante come soprammobili, apriscatole, righelli, orecchini, forcine per capelli: poterli guardare, toccare, a volte leccare, è spesso la sua unica fonte di conforto. Ad un certo punto, quando ormai sembra che finalmente il sogno di Kemal diventi realtà, il destino si mette dolorosamente in mezzo e gli oggetti raccolti diventano una collezione impressionante di reliquie, che trovano spazio nel Museo dell’innocenza, allestito da Orhan Pamuk in un vecchio palazzo di Istanbul dove sono custoditi, per esempio, 4213 mozziconi di sigaretta, cagnolini di ceramica, dipinti, fotografie, abiti e oggetti di ogni sorta che ricreano l’atmosfera del libro e lo sconfinato amore di Kemal per Fusun. “Guardando la mia collezione, i visitatori del museo non solo rispetteranno il mio amore, ma lo confronteranno con i loro personali ricordi” …

Dunque a volte persino i mozziconi di sigaretta (4213!!!) sono fondamentali. Devo dire che mentre leggevo il libro e scorrevo la descrizione della casa dove i due amanti si incontravano (un appartamento dove la madre di lui accatastava tutte le cose che in casa non servivano più) il mio istinto di PO mi portava quasi ad entrare nel libro per mettere un po’ di ordine… Mi sembrava di vedere i “sentieri di capra” in quelle piccole stanze e mi prudevano le mani. Senza parlare delle cianfrusaglie che Kemal rubava da casa di Fusun della cui scomparsa nessuno si accorgeva, proprio perché inutili e superflue. Ma poi la realizzazione addirittura di un vero museo con questi reperti (che lo scrittore, naturalmente ha ricreato ad arte), per far capire al mondo la potenza dell’amore in un’ottica così viscerale e profonda, da una parte mi ha un po’ turbata (certi eccessi sono, obbiettivamente, morbosi e forse un po’ patologici) dall’altra mi ha messo all’erta sullo svolgimento della mia attività lavorativa. Perché per quanto professionalmente preparata ad affrontare anche casi un po’ estremi di accumulo, ho capito che mai e poi mai devono essere sottovalutati i sentimenti che i clienti hanno rispetto ad un dato oggetto. E dunque lo space clearing che molti clienti mi chiedono di fare insieme, spesso è una richiesta di aiuto a liberarsi sì delle cose inutilizzate ed inutilizzabili, ma anche a liberarsi di ricordi, emozioni, sensazioni vissute. Se questa è la richiesta, il PO è senz’altro la persona giusta per facilitare questo tipo di operazione, perché ha la capacità di entrare in empatia con il cliente e non di non trattare tutti gli oggetti nello stesso modo, ma sa trovare il giusto valore affettivo e a quel punto anche il lavoro di “mero” decluttering diventa importante. La creazione del museo da parte di Pamuk, in fondo cos’è se non un mettere ordine tra i ricordi e le forti emozioni vissute da Kemal? Un ordine che finalmente dà un po’ di pace alla sua mente tormentata e che lo lascia vivere più serenamente. E, d’altra parte qual è la “mission” di un PO? Aiutare le persone a vivere più serenamente per avere più spazio e più tempo da dedicare a sé e alle cose che amano di più. Come per Kemal con la sua Fusun.

Marilina Di Cataldo

 

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